The day after the bufala
Ieri mattina il sindaco di New York, Michael Bloomberg, si è trionfalmente infilato sulla linea 6 della metropolitana per dimostrare che la città era stata liberata da Irene, pioggia tropicale raccontata dalle fonti ufficiali con piglio da apocalisse preventiva. Sottobraccio Bloomberg aveva una copia del New York Times, che in prima pagina titolava: “New York viene risparmiata dalla furia della tempesta”. Forse il sindaco voleva soltanto spezzare i sogni di disagi urbani che spesso albergano nei cuori dei dipendenti comunali.
23 AGO 20

Domenica “Hizzoner” – come i newyorchesi chiamano informalmente il sindaco – aveva annunciato con aria grave e responsabile che il peggio era passato, ma che il servizio della metropolitana probabilmente non sarebbe stato ripristinato regolarmente prima di lunedì sera. “Sarà molto dura per i pendolari”, aveva detto, salvo poi dimostrare, sempre con il fare circospetto di chi sa che il male può rifarsi sotto in ogni momento, che il sistema dei trasporti era sostanzialmente in funzione. Ieri mattina quasi tutte le 22 linee della metropolitana hanno regolarmente portato i commuter a destinazione e in serata li hanno riportati indietro con puntualità anche maggiore. Gothamist, gazzetta newyorchese semiseria e politicamente scorretta, ha guidato la controinchiesta sulla mistica della prevenzione bloomberghiana applicata al caso Irene. Nel primo pomeriggio di sabato, quando le fermate della Subway erano sigillate con nastri gialli e sacchi di sabbia da un paio d’ore e contemporaneamente si diffondevano le voci intorno al declassamento dell’uragano, il giornale ha intervistato alcuni insider della Mta, l’azienda che gestisce i trasporti di New York. “Questa è la reazione più sproporzionata che io abbia mai visto. Domani sarà una giornata con vento e pioggia, tutto qui. Se la tempesta è davvero brutta come dicono, chiudere le parti più vulnerabili della metropolitana potrebbe avere senso a mezzanotte di sabato. Chiudere l’intera rete? No, questo non ha senso”, ha detto una delle fonti. Lo storico dei trasporti di New York Peter Derrick (che nell’azienda ha lavorato per quindici anni) ha provato timidamente a mettere al servizio della comunità le sue conoscenze: “Ho i miei dubbi sulla necessità di chiudere la metropolitana”, aveva detto senza ricevere risposta. Il sindaco in quel momento era troppo impegnato a scrivere il sequel di “The Day After Tomorrow”, kolossal catastrofista in cui la Statua della libertà sarebbe scaraventata via dai marosi dell’uragano Irene se non fosse per l’eroismo di un civil servant in maniche di camicia. Ma Bloomberg, tycoon bostoniano nato democratico, cresciuto repubblicano e invecchiato indipendente (etichette unite da un inossidabile spirito liberal), non aspira al ruolo di eroe dell’ultimo minuto: il suo modello è piuttosto quello dell’eroe preventivo, una specie di onnivedente ingegnere sociale che passa il suo tempo a “sognare sistemi talmente perfetti che nessuno avrebbe bisogno di essere buono”, per dirla con Thomas Stearns Eliot. Nella conferenza stampa del day after ha messo a tacere (preventivamente) i critici della overreaction: “Dovrebbero guardare nello specchietto retrovisore e essere felici di essere vivi”, ha spiegato; per la stessa logica i fumatori dovrebbero ringraziare il padre buono della città che evita loro di autoinfliggersi boccate di morte persino all’aria aperta; i mangiatori di hamburger e altre deliziose schifezze dovrebbero gioire delle limitazioni imposte circa le dosi e le quantità di cloruro di sodio (battaglia portata in solida alleanza con Michelle Obama); gli amanti della quiete pubblica dovrebbero ringraziare il sindaco della prevenzione per aver impedito ai fan di John Lennon di schitarrare liberamente attorno al suo monumento celebrativo. Il New York Times, che in quanto a spirito liberal rivendica un’antica supremazia, ha bacchettato più di una volta le balzane idee paternaliste di un sindaco che in fondo al cuore vorrebbe una società in cui i cittadini navigano per “dodici miglia per fumare una sigaretta nella acque internazionali”.
Irene non è certo stata una presenza amichevole sulla East Coast: 32 persone sono morte, centinaia di migliaia sono rimaste molte ore senza elettricità, le famiglie residenti in alcune aree costiere sono state evacuate a migliaia secondo un normale spirito di protezione che il fattivo governatore del New Jersey, Chris Christie, ha incarnato senza affettazione. Ma quando la tempesta Irene, ormai retrocessa alla serie inferiore, ha incontrato New York si è generato quel tic iperprotettivo che è la sostanza del governo di Bloomberg. Il presidente, Barack Obama, ha prestato il fianco alla narrazione del sindaco. Dopo che la tempesta era ormai passata senza danni estremi sulla Grande mela, Obama ha messo in guardia la nazione: “Non è ancora finita”.
Nell’autoalimentata percezione dell’apocalisse certamente il fantasma di Katrina ha avuto un ruolo psicologico fondamentale – assieme alla logica del sospiro di sollievo di cui si nutrono i blockbuster – ma più di tutto ha potuto il grande spirito di prevenzione e sterilizzazione che ha un posto d’onore nel cuore dell’establishment apocalittico. E’ la reazione a questa tendenza che ha ispirato le iperboliche critiche del libertario Ron Paul, ma anche le chiose di un più moderato Rick Perry – candidato alle primarie repubblicane in rapida ascesa di consensi – illustrano uno spirito ostile agli eccessi paternali.
Michele Bachmann ha invocato l’argomento della punizione divina contro la bulimia di Washington: “Un terremoto, un uragano: Washington, stai ascoltando? Il popolo americano ha fatto ciò che poteva, e ora è arrivato un atto divino a farci capire come stanno le cose”. La portavoce della candidata del Tea Party ha detto che “stava scherzando”, ma anche a un osservatore laico l’idea della ribellione al ticket paternalista Bloomberg-Obama potrebbe non apparire poi tanto peregrina.